Io non sono qui: dietro le quinte di un libro

Puntata 2: La biblioteca dei libri perduti

Un libro. Tre estratti. Il lavoro dietro le parole.

Si dice che un libro sia un buon libro quando un lettore non avverte la presenza dello scrittore. Ma quali sono i trucchi e le difficoltà che uno scrittore deve affrontare per “non esserci”?

Per la nostra serie di blog post che racconta il mistero della scrittura abbiamo scelto un libro agile come un racconto ma caloroso, potente come un romanzo.

La biblioteca dei libri perduti, esordio narrativo di Ivano Gobbato, pubblicato da Dominioni Editore nel 2020, racconta la vicenda di un bambino di nove anni e di una vecchia casa disabitata.

Un romanzo breve che parla del potere nascosto dentro le pagine stampate, della morte e quello – inesorabile, amaro e insieme dolcissimo – dello scorrere del tempo.

Dando un’occhiata agli estratti che hai scelto, ci piacerebbe, prima di cominciare, che ci spiegassi perché hai volutamente scelto parti che non toccano la sostanza della trama.

Perché, se posso dirlo, non mi sembrava così “importante” la trama. Naturalmente non è proprio del tutto vero: la trama conta, ci mancherebbe altro. Eppure a volte, in un libro, persino le cose apparentemente più laterali la contengono la trama, eccome se la contengono. Solo che bisogna farci caso, mentre se ti viene messo davanti un pezzo di storia più corposo, più rivelatore dei contenuti, il gioco è meno divertente. Se posso fare un esempio: è come quando fai una bella passeggiata in montagna. Se alzi gli occhi le vedi le cime, ovvio, e sono bellissime da vedere, però… non è importante anche tenerli bassi? Guardare a destra dove c’è il bosco, a sinistra dove ci sono una baita, un pascolo, delle mucche? Non è un pezzo importante della tua passeggiata anche quello? Non è montagna anche quella? Se guardi solo le cime, se pensi solo alle cime, il resto rischi di lasciartelo scivolare addosso, mentre anche il resto esiste ed è anzi una parte essenziale del tutto.

Pag. 5 – “Siamo turbati dalle rose, perché le vediamo così belle e sappiamo che moriranno” (Ernest Pignon-Ernest).

Hai scelto una citazione che non è “farina del tuo sacco”…

Sì, è vero. L’ho scelta perché dice la verità. Quando si scrive qualcosa – qualunque cosa si scriva, bella o brutta che sia, bravo o incapace che sia l’autore – si deve dire la verità. Credo sia l’unica cosa che conta. E queste parole di un grande artista dicono una cosa terribilmente vera (l’avverbio non è scelto a caso) o che comunque io sento come tale.

Raccontaci cosa ti ha portato la decisione di racchiudere il romanzo dentro a questa citazione.

La mia “biblioteca” esiste da tanto tempo, da ben prima che incontrassi questa frase, anche se il racconto è stato messo per iscritto dopo. È una storia che in un certo senso ho rimuginato per anni. Però quando ho incontrato queste parole – so esattamente dove e quando: era alla presentazione di un documentario su questo artista che l’ha detta, uno splendido lavoro oltretutto, realizzato dal collettivo Sikozel e promosso da un gruppo di bravissimi ragazzi di Inverigo – ho capito subito che poteva contenere perfettamente tutta la mia storia. Se fossi stato capace io di dire una cosa tanto “terribilmente” bella, l’avrei usata per chiudere il mio racconto: magari! Ne sarebbero state le ultime parole. Siccome però le aveva scritte un altro ho dovuto accontentarmi di metterle come citazione in apertura, o come si dice con una parola bella e antica “in esergo” al mio piccolo libro.

Visto che siamo all’inizio, parliamo dell’idea del romanzo. Come nasce La biblioteca dei libri perduti?

Posto che chiamarlo romanzo mi pare troppo (è al limite una novella) la storia nasce da tante cose che non sono sicuro di essere capace (o di voler) spiegare. Il libretto si chiude di fatto con una paginetta e mezza di postfazione in cui dico appunto questa cosa. Mi perdonerete se la inserisco come ulteriore estratto: “Tutto ciò che ho scritto è vero. È successo. Come, quando e a chi sono tre ottime domande, ma ammesso che vi interessi saperlo, temo di non poter dare nessuna risposta. Questo però sappiatelo: secondo me, per capace o meno che uno sia di scrivere, la scrittura è una forma di confessione ed è anche una forma di travestimento”. Ho paura che questo dovrà bastare.

Essendo questo, un libro che parla di libri, ci sono state, oltre a Ernest Pignon-Ernest, altre influenze, suggestioni letterarie che ti hanno condotto all’idea di questo libro o che ti hanno ispirato durante la stesura?

Tantissime, naturalmente. Si impara a scrivere solo se si è lettori voraci, come del resto dice bene Stephen King nel suo “On Writing” spiegando che “Se non hai il tempo di leggere, non hai il tempo (e gli strumenti) per scrivere”. Nel raccontare questa mia storia avevo molto chiare davanti a me alcune cose che ho trovato a mia volta nei libri. In quelli di Stephen King appunto, uno dei più grandi, in generale e particolarmente quando si tratta di scrivere di bambini, ma anche in Romain Gary e nel suo “La vita davanti a sé”, tanto per fare un altro esempio. La cosa più curiosa di tutte è però quando leggi un libro dopo aver scritto qualcosa di tuo e ci trovi dentro un clima (un arredamento, si potrebbe dire) che somiglia parecchio a quello inventato da te, anche se il tuo è naturalmente assai meno nobile e ben più piccolo; a me, per dire, è successo anche con questo racconto, quando un po’ di tempo dopo averlo scritto mi è venuto in mano “Il bar delle grandi speranze” di J.R. Moehringer.

Pag. 60 – Ogni tanto alzavo lo sguardo dalle pagine e lasciavo che corresse oltre i vetri; la neve aveva come cancellato i colori, ogni cosa era diventata bianca o si era fatta nera. Dalla distesa candida spuntavano le nere forme degli alberi, la sagoma caliginosa di un palo della luce, pochi centimetri del muro a secco in cui nere erano le pietre e più scure ancora le connessioni tra l’una e l’altra. Poi, quando il sole calava, tutto il biancore diventava d’un azzurro obliquo mentre i lampioni della strada lontana si accendevano tremanti di luce. Ancora oltre, le finestre s’illuminavano una alla volta, piccole custodi di tutte le esistenze che si consumavano lente al confine della notte (…). È così che solitudine e silenzio sussurrano: lavorano dentro di noi con la scusa di prepararci alle delusioni, e tutto diventa bianco o nero, come un pomeriggio sepolto dalla neve finché il nero si allarga e divora, e del chiarore non rimane che una sfumatura mentre tutto ciò che temiamo apre gli occhi ed è qualcosa di vivo e guizzante. Qualcosa che ha denti aguzzi, e che morde.

Cosa ti lega a questo estratto?

Mi ci lega, ancora una volta, la verità. Non lo dico gonfiando il petto, lo capisco che quando uno usa parole così grandi come “verità” rischia di sembrare un arrogante che si illude di aver detto o scritto chissà che cosa, però la “verità” di cui parlo non è assoluta, anzi è debole, è scritta con la minuscola. Intendo dire che non vale necessariamente per gli altri, né deve valere per forza qualcosa per qualcun altro, tuttavia essa vale per me. Quante volte mi è capitato di guardare fuori dalla finestra la sera, mentre faceva buio, e di pensare che le luci che vedevo là fuori contengono interi mondi. E poi c’è il fatto che questi pensieri, quando li fai, non possono che essere pensieri solitari: non ti ci metti in comitiva alla finestra, per dire. La seconda parte dice infatti che la solitudine – che è sorella della riflessione ed è una compagna generalmente silenziosa e mite – può a volte avere le proprie furie e mettersi a mordere. Succede. In altre parole: si deve anche sapere quando è il momento di tirare la tenda, di smettere di guardar fuori e di tornare a vivere con gli altri; per il nostro bene.

Pag. 74 – Mi è impossibile, oggi, riuscire a distinguere in un libro che ho amato tra quello che ci avevo trovato alla prima lettura e le cose che si sono accumulate poi, dopo averlo preso in mano un’altra volta, e un’altra ancora. Sono in parte stratificazioni, noi umani siamo fatti di esperienze che si accumulano alla rinfusa, raramente il nostro magazzino interiore è ordinato. È che a un certo punto l’alto e il basso si mescolano nella stessa fanghiglia.

Anche questo estratto dice molto del tipo di lettore che sono io. In un certo senso è la confessione dei tanti debiti ai tanti scrittori e ai tanti libri di cui si parlava qualche risposta fa. Ed anche un modo per dire che anche senza accorgersene, di tutte le cose che leggiamo è parecchio ciò che non si dimentica, che rimane, anche se va a depositarsi sul fondo. Non vi capita mai di ripensare a qualcosa che sapete di aver letto in un libro e che sembra perfettamente adatto a un pensiero, o a una sensazione, che state vivendo in quel momento? Siete certi che fosse in un libro ma chissà in quale, chissà di chi. Eppure quel qualcosa è rimasto, e funziona ancora benché sepolto da qualche parte, giù nella fanghiglia che tutti abbiamo al fondo di noi stessi. Poi magari era in un libro per il resto dimenticabile, letto pigramente d’estate, oppure era nell’Iliade (cioè era in basso o era in alto, sul grande scalone della letteratura) però è rimasta. Nella “biblioteca”, alla fine, c’è una piccola frase del “Moby Dick” di Melville che descrive perfettamente quello che il protagonista prova nel momento in cui la ricorda, sì, ma che permane anche a un livello più profondo, “esistenziale” verrebbe da dire. Una frase che è lì da chissà quando e che se anche sta nella fanghiglia… misteriosamente, meravigliosamente, c’è.

In generale, quanto c’è di te in quello che scrivi?

C’è moltissimo. Una delle cose che ho imparato da che ho scoperto la gioia del tenere la biro in mano è proprio “Scrivi ciò che sai”, cioè le cose che conosci perché hanno morso anche te nonostante non sia tu – o non sia del tutto tu – ad averle vissute. Di recente ho letto un libro, bellissimo, di Paolo Nori su Dostoevskij (“Sanguina ancora”, Mondadori, 2021) in cui c’è questa cosa: “Balzac dice che un romanzo dev’essere una cosa inaudita. E uno che scrive un romanzo ha, probabilmente, da una parte, quella pulsione lì, a scrivere una cosa inaudita” e poco più avanti afferma che “Uno che scrive dei romanzi, non scrive per scrivere un romanzo carino, scrive per scrivere una cosa che prima non c’era, una cosa che non è mai stata detta”. Sono parole spaventose per uno che scrive, o che vorrebbe farlo: quando mai sarebbe possibile a un comune mortale dire cose inaudite? Allora solo un Balzac, solo un Dostoevskij potrebbero farlo. Poi per fortuna, questa cosa Nori la spiega meglio, e ci dice che no, un altro aspetto meraviglioso della letteratura (o, più modestamente, della narrativa) è che essa racconta cose che sappiamo già, che conosciamo benissimo, che viviamo anche noi benché non ci fossero mai venute in mente in quei termini, prima di leggerle. Trovo questo molto confortante: è un modo certamente più bello del mio per dire di nuovo “Scrivi ciò che sai”. Ed è curioso che proprio Balzac abbia scritto in “Papà Goriot” (del 1834, però ripubblicato nella Biblioteca Universale Rizzoli nel 2011) che “Questo dramma (…) è così vero che ciascuno può riconoscerne gli elementi attorno a sé, persino nel suo stesso cuore”. Significa forse che uno ci si mette dentro a ciò che scrive, e magari un giorno, per caso, qualcuno troverà non “altri”, non me, ma sé stesso.

Entriamo più dentro alla scrittura della biblioteca: com’è stato scrivere questo libro?

Scrivere è una gioia senza mezze misure: la felicità più grande che provo scrivendo è proprio quella di sentirmi dentro una massa di parole che premono per poter uscire e andare a disporsi sulla carta. Per la “biblioteca” ci è voluta solo qualche settimana, probabilmente perché è un testo breve, e forse la cosa “peggiore” è non averlo lasciato a macerarsi quanto avrebbe dovuto (avevo una specie di “scadenza” che avevo deciso di rispettare) e così la storia non ha avuto tempo sufficiente per essere riletta, corretta, accorciata (o ampliata, ma meglio accorciata) come avrebbe dovuto. Ci sono ancora dei passaggi che penso avrei potuto scrivere meglio, in un’altra maniera. Ma pazienza: “Quello che ho scritto, ho scritto”, disse Pilato. E comunque la soddisfazione più grande è proprio quella di vedere che la storia è finita e che è “giusta”, che sta al posto giusto anche se dovesse essere letta da nessuno. Poi ho avuto pure la grande soddisfazione di trovare chi l’ha pubblicata, e ha voluto credere che potesse essere una storia bella, e persino che ci siano state delle persone che l’hanno letta e che per farlo ci hanno persino speso dei soldi. Tutto molto bello, davvero, una grande gioia. Talmente bello che sta al secondo posto: al primo c’è l’aver scritto.

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