Io non sono qui: dietro le quinte di un libro

Un libro.

Tre estratti.

Il lavoro dietro le parole.

Ciò che ci ha colpito della prima bozza del manoscritto di Lucia Valcepina, arrivato in casa editrice circa a metà novembre del 2021, è stata la chiara ambizione stilistica e l’idea che un romanzo così breve, capitoli lamellati come scaglie, riuscisse a farsi carico del rapporto complicato tra due donne incomplete. Non tradendo mai la premessa stilistica, l’autrice riesce a disgregare l’unità di tempo e di spazio, un lungo piano sequenza in camera fissa, in cui, dall’inizio alla fine, le due protagoniste restano immerse dalla testa ai piedi. Leggere Il paradosso dell’ossigeno significa contemplare lo spazio di un’attesa, ma al tempo stesso significa passare attraverso a una storia socio-famigliare lunga più di vent’anni, utilizzando le menti di due donne inquiete, affamate d’arte, bisognose di riscatto.

All’uscita del romanzo (disponibile dal 18 luglio), abbiamo chiesto a Lucia Valcepina di sfruttare io spazio del nostro blog per raccontare il dietro le quinte della sua scrittura, indicandoci tre estratti del “Paradosso”, possibilmente i più significativi, magari quelli a cui è più affezionata. Li abbiamo commentati insieme.

Lucia Valcepina, autrice de Il paradosso dell’ossigeno, è scrittrice, giornalista e performer.

Puntata 4: Il paradosso dell’ossigeno

Pagina 18

Casa nostra era un’officina in costante attività, all’interno della quale Monica e io avevamo la parte delle piccole inventrici. Recuperavamo scarti, davamo vita agli oggetti, costruivamo città in miniatura in un gioco che intrecciava la storia dei Trami con quella degli Smets, l’arte del feltro e della lana con un teatro fatto di suoni visibili, lamiere per il tuono e ruote a manovella per il vento. Le scatole diventavano edifici e le spugne chiome d’alberi, e c’era sempre una scalinata lunghissima che portava su un tetto da percorrere in punta di dita.

Cominciamo da una scalinata…

Quella scalinata, che conserva le impronte della protagonista-bambina, non è il ricordo di un’infanzia irripetibile, mitica, ma rappresenta la fase in cui la famiglia di Giulia trovava il proprio collante nel gioco e nella creatività. Allora, la fantasia era per Aphra e Giulia una forma di libertà e il punto d’incontro tra due arti: quella dei Trami, con il loro storico Cappellificio risalente al 1888, simbolo  dell’Italia dell’artigianato, operosa e vitale ma minacciata dalla propria ingenuità oltre che dai grandi mostri finanziari, e quella degli Smets, una compagnia teatrale itinerante che con i suoi spettacoli percorse le strade del Belgio fino agli anni Sessanta, prima dell’approdo di Aphra a Roma. Dopo quella fase iniziale, per Giulia e sua madre anche il mondo dell’immaginazione cominciò ad assumere tratti oscuri e a svelare le proprie ambiguità.

Si potrebbe dire che l’impianto narrativo del romanzo sia minimale. La trama si basa sostanzialmente su tre elementi: due donne molto vicine ma anche molto diverse e un treno bloccato dentro a un’attesa che pare infinita. Eppure leggendo si ha l’impressione di muoversi tantissimo, nel tempo, nello spazio, tra pensieri e supposizioni di pensieri: raccontaci come sei riuscita a creare questo contrasto.

Quando ti muovi all’interno della psiche e dei ricordi di un personaggio, di fatto, vivi più storie contemporaneamente, ed è ciò che mi è successo con Aphra e Giulia. Entrambe devono giostrarsi  tra passato e presente, tra le azioni compiute e quelle interrotte, e, in realtà, si fanno espressione di molte più voci, degli incontri e delle relazioni intrecciate negli anni. Credo che sia questo aspetto a definire il ritmo del racconto, insieme a tutti i non-detti, quei momenti di reticenza che sospendono per alcuni attimi la narrazione creando delle cesure. Più in generale, il processo di scrittura è stato un lavoro di selezione e cesello, dove ciò che è stato espulso ha lasciato tracce emotive e ritmiche, contribuendo a creare la dinamica.  

Sicuramente, parte del senso di dinamismo del libro è restituito dal punto di vista. Hai scelto di catturare il lettore scrivendo in prima persona, indossando lo sguardo di Giulia, la figlia. Perché questa scelta?

Non avrei potuto scriverlo in terza persona. Mi interessavano i moti interiori, le ambiguità e le incongruenze, e volevo raccontarli dall’interno. Era fondamentale che la figura di Aphra emergesse non come un “personaggio” ma come una madre vista con gli occhi di una figlia. Volevo esprimere un punto di vista totalmente parziale, soggettivo e addirittura fallace, perché credo che la percezione che abbiamo dei fatti e delle persone sia esattamente questa: una visione incompleta e ingannevole.  

L’illustrazione di copertina è di Denise Pelleriti

Pagina 36

Un coro di insulti si alza nel buio come la reazione di uno stadio a un cartellino rosso, ma Aphra rimane indifferente. Sembra la mamma che mi offriva pane, burro e acciughe mentre la nostra famiglia andava alla deriva, e intanto mi parlava dei suoi primi lavori in Italia, di Artaud e del teatro popolare delle periferie.

Questo stralcio racchiude due temi ricorrenti del romanzo: da un lato, l’insofferenza dei passeggeri sul treno fermo in galleria, che interferisce con la storia delle protagoniste come un brusio ostinato; dall’altro, il passato che irrompe con i ricordi, non solo con le vicende intime delle due donne, ma anche con il percorso artistico di Aphra, riflesso della sua evoluzione emotiva e psicologica. Queste righe anticipano inoltre la metamorfosi della madre e introducono un pezzo di Storia nella storia, quando la giovane artista passò dal teatro romano “delle cantine” degli anni Settanta, con l’impegno civile e l’entusiasmo straordinariamente ingenuo dei primi tempi, a un’arte strutturata che, tuttavia, non la portò alla stabilità bensì a una sorta di stordimento. La delusione di fronte al degrado culturale degli anni Ottanta ebbe un forte impatto nella vita di Aphra ed è uno dei temi su cui madre e figlia si trovano a discutere, perché esiste una “malattia sociale”, pervasiva, che s’intreccia a quella individuale e che, forse, è ancora più subdola. 

Questo estratto mi permette di toccare uno dei punti più importanti: il teatro. Quanto della tua esperienza o della tua visione teatrale è entrata nel romanzo?

Nella mia esperienza, il teatro si è sempre intrecciato con la scrittura, ma è stato anche l’ambito in cui mi sono messa più alla prova, non tanto per “recitare”, quanto per decostruire gli stereotipi, i luoghi comuni, le identità fittizie. In Aphra ho trovato una personalità capace di accogliere ogni voce e di rappresentare un mondo vitale e multiforme, a volte incongruo, che sa comprendere ogni ombra.

Rimanendo sul teatro, mi pare che il tuo romanzo abbia delle caratteristiche simili al Kammerspiel, quel genere di rappresentazione d’avanguardia che si svolge in ambienti essenziali, dove ci si focalizza sull’intimità di pochi personaggi. Si tratta effettivamente di una tua influenza?

Non è un riferimento voluto, anche se, di certo, di questa forma di teatro apprezzo la vicinanza al reale, il senso di intimità e verosimiglianza, che deriva da un gioco di sottrazioni e di ricerca dell’essenzialità. Un’esperienza artistica che stabilisce un particolare rapporto col pubblico e che permette di concentrarsi sulle sfumature attenuando tutto ciò che è enfatico o sovrabbondante. L’opposto dell’espressionismo. Dopo di che, la scelta dell’unità di luogo, tempo e azione, nel mio caso, non nasce da un impianto precostituito ma solo da una necessità narrativa: volevo che le due donne vivessero una situazione liminare ma, al tempo stesso, plausibile, quotidiana. Uno di quei momenti in cui, nella frenesia delle giornate, è necessario fare il vuoto. Bastavano pochi elementi, in fondo, per raccontare la storia di Aphra e Giulia. 

Pagina 67

Chissà cosa c’è di genetico e connaturato nei nostri sbagli, quali tracce di mia madre sono rimaste dentro di me e quali tracce di me sono rimaste dentro di lei, oltre quel periodo di simbiosi in cui siamo state un corpo solo. Microchimere le chiamano, le cellule che, per anni dopo il parto, continuano a vivere nella madre e nel figlio, ma a me non servono prove scientifiche.  

Si può dire che questo estratto racchiuda un po’ il cuore del romanzo?

Giulia si chiede spesso quali legami sotterranei vi siano tra lei e sua madre, oltre l’apparente distanza, e al contempo ragiona sulle tracce genetiche presenti dentro suo figlio Lorenzo. Si domanda se quel tipo di continuità possa preludere a un certo destino, il che sarebbe piuttosto inquietante. La teoria scientifica delle microchimere, tuttavia, per lei è un semplice elemento di fascino e non una fonte di verità. Giulia cerca le sue ragioni al di fuori di ogni causa biologica e scopre che l’essere “simili nell’errore” non è una condanna, ma un modo per comprendere il paradosso del vivere e accoglierlo.

E per Lucia Valcepina la teoria delle microchimere è un semplice elemento di fascino o una verità che prelude al destino di ognuno?

In questo sono molto simile a Giulia. Quando si ha a che fare con l’indicibile, non ha senso appellarsi alla scienza o alle teorie pseudo-scientifiche. Meglio vivere. 

Il paradosso dell’ossigeno di Lucia Valcepina è disponibile nelle librerie e sul nostro sito.

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