Io non sono qui: dietro le quinte di un libro.

a cura di Alessandro Ciaccio

Un libro.

Tre estratti.

Il lavoro dietro le parole.

Puntata 1: Il fucile dietro la schiena

Si dice che uno scrittore sia un bravo scrittore quando un lettore non avverte la sua presenza. Quando il testo scorre con semplicità, naturalezza un po’ come se si fosse scritto da solo. Eppure vi assicuriamo che, per raggiungere questa naturalezza, per “non esserci”, un autore deve affrontare una serie infinita di scelte difficoltose, riscritture, riflessioni, ripensamenti, deve trovare il modo di scavalcare vicoli ciechi, a volte è costretto ad abbandonare la pagina, per poi ritornarci cambiando l’ordine, reinventando, non dando mai nulla per scontato.

Per raccontarvi meglio la nostra realtà abbiamo deciso di inaugurare una nuova serie di blog post proprio sulla scrittura.

Il format è molto semplice. Ogni articolo si concentrerà su uno dei nostri libri in uscita. Di questo libro, chiederemo all’autore di scegliere 3 estratti che per lui sono stati significativi. Partendo da questi estratti, come nel backstage di un film dove un regista racconta i dietro le quinte di una scena, intervisteremo l’autore sui retroscena del suo lavoro.

Benvenuti, quindi, a Io Non Sono Qui – Dietro le quinte di un libro.

Quale migliore occasione della Giornata della Memoria per raccontarvi un libro su questo argomento, appena uscito, e già arrivato alla terza ristampa?

Il fucile dietro la schiena di Paolo e Mario Schiani è il racconto di un militare italiano deportato nei campi di concentramento dopo l’armistizio del 1943. Il militare in questione si chiama Natale Schiani ed è il padre dei due autori.

Partendo dalla ricostruzione di una corrispondenza epistolare tra Natale e la sua famiglia, i figli sono riusciti a tracciare stati d’animo, sentimenti,  parole e  azioni non solo del giovane sottufficiale, ma di chi, come lui, ha vissuto lo spaesamento, la paura, le ingiustizie e la violenza della Seconda Guerra Mondiale.

Il fucile dietro la Schiena è ricostruzione storica, è memoir ma anche romanzo. Un grande film documentario su persone comuni davanti a dilemmi fatali.

Dei due autori, abbiamo intervistato Mario Schiani: scrittore e giornalista professionista dal 1988.

Andiamo, quindi, con gli estratti scelti da lui.

Pagina 1. Il prigioniero 28605

Affioravano di tanto in tanto, nel suo discorrere, parole straniere, enunciate in tono scherzoso: schnell, per esortare noi due, i figli, a non fare i lavativi; schlafen, a rimarcare la sopraggiunta ora di infilarci a letto.

Perché hai scelto proprio l’incipit?

L’incipit è sempre un momento delicato. Il primo passo che, come insegna Lao Tzu, sempre sta all’inizio di un lungo viaggio. Meglio partire bene, dunque, nella giusta direzione. Per farlo, abbiamo deciso di fornire subito al lettore alcune informazioni base: questo è un libro su un padre e due figli. Meglio ancora: su un padre che parla con i due figli. Tra le cose che ha da dire ce ne sono alcune legate ad avventure in terra straniera, tanto è vero che nel suo parlare spuntano ogni tanto parole tedesche. Enunciate dapprima in tono scherzoso, formeranno nelle righe successive canzoni del tempo di guerra e infine ordini e urlacci delle guardie nel Lager. Un abbrivio che voleva  aprire al lettore la doppia scena, in contrasto, del libro: un quadro familiare nel quale si schiude poco a poco una finestra sulla tragedia dei prigionieri italiani nei campi nazisti.

C’è chi dice che l’inizio sia la parte più difficile della scrittura di un libro. E’ stato così anche per voi?

È sicuramente la parte più rivelatrice. L’inizio richiede grande attenzione ma anche emozione. Per me è così: se lo sento subito, vuol dire che sono sulla strada giusta. Se ho troppi dubbi è meglio ripensare al progetto. Nel caso del “Fucile”, le prime righe sono state abbastanza facili: si basano sulla memoria di nostro padre, sui momenti in cui eravamo insieme. 

Pagina 53. Il pane nero

La fame così intesa è una condizione di prostrazione non solo fisica ma anche psicologica, uno stato in cui l’individuo dimentica se stesso, perde la capacità di riflettere su ciò che gli accade, di valutare eventi e situazioni e di prendere decisioni conseguenti. La fame lo priva dell’arbitrio essenziale alla sua natura e lo costringe in se stessa: quando si ha fame, e Natale lo confermava, si pensa solo alla fame, oppure al cibo, comunque un prodotto dell’immaginazione legato all’angoscia del fisico privato del suo sostentamento.

Forse un passaggio poco narrativo, addirittura un po’ tecnico. Eppure ci è sembrato necessario fermare per qualche riga la storia per concentrarci sul peggiore dei tormenti subiti dai prigionieri.

Perché  tra tutte le torture subite dai nazisti, proprio la fame?

Non volevamo che dicendo “fame” si pensasse solo a una punizione, per quanto crudele, inflitta al corpo. Ridurre un uomo alla fame significa privarlo della sua dignità, della sua natura di individuo libero. Ancora più dei reticolati, la fame imprigionava gli uomini nel lager e li consegnava all’arbitrio dei carcerieri i quali, non a caso, la usavano come arma di ricatto. Vieni dalla nostra parte e non avrai più fame: non è possibile esercitare potere più perverso sulla mente e sull’anima di una persona.

Leggendo le pagine sulla fame sembra che tu e tuo fratello abbiate svolto un’indagine che va oltre a ciò che è accaduto. Siete stati molto attenti anche alle conseguenze psicologiche di chi subiva certi trattamenti. Come si arriva così nel profondo?

La lettura delle lettere di nostro padre ci aveva già dato un’idea delle sofferenze più difficili da sopportare. E, fortunatamente, la storia degli IMI ha tante testimonianze. Di queste testimonianze, la fame, è il tema più ricorrente. Era, forse, il sistema di tortura più costante, più assilante. 

Pagina 149. Il ritorno

Ecco il paese, le strade, gli alberi, le case. La piazza Risorgimento con il monumento ai Caduti, la salita verso le scuole, la chiesa di San Pietro in Campagna, il cimitero in cui riposa il nonno che gli ha passato il nome. E finalmente la strada, sterrata e in salita, in cima alla quale c’è la casa dove Margherita, Giuseppe e Anna hanno aspettato per 658 giorni e più. (…) La casa, il giardino, il cancello. Natale vede il numero civico che tante volte ha scritto sulle lettere spedite dal Lager: via Ronchetto 26A. E’ tornato.

Più di un lettore si è detto commosso da questo passaggio. Un momento di grande emozione, che abbiamo voluto costruire sulla pagina mettendoci al fianco di nostro padre nel momento in cui percorreva l’ultimo tratto del suo viaggio di ritorno. Abbiamo immaginato di vedere attraverso i suoi occhi le strade e le case della sua infanzia e della sua giovinezza: ogni cosa gli deve essere sembrata cara e gioiosa. Un sentimento di anticipazione che cresce passo dopo passo. Lassù, dietro il cancello del numero 26A di via Ronchetto, c’è la vera liberazione.

Da figli, immagino conosciate bene la casa di via Ronchetto. Si può dire che questo sia stato il passaggio più semplice da scrivere?

Sì, in un certo senso è vero. Scrivere questo passaggio ci ha permesso di ripensare ai tempi della nostra infanzia: è la casa dei nostri nonni, in cui passavamo le nostre vacanze. Scrivendo questo passaggio, siamo stati nei panni di nostro padre, immaginando il suo ritorno, ma anche nei nostri, di quando eravamo bambini.

Un libro di questo genere si basa molto, forse tutto, sulla documentazione e sulla pianificazione. Quanto ci è voluto per prepararsi a questo romanzo? Quando avete capito di essere pronti a scrivere?

Per la preparazione ci è voluto molto tempo: la lettura e l’ordinamento sono stati degli impegni. È stato importante anche confrontare i ricordi reciproci: c’erano dettagli che sapevo solo io, e altri che conosceva solo mio fratello. Sono state necessarie anche molte letture generali sugli internati militari. Ma non è stato uno studio noioso e impegnativo. È stata un’indagine, fatta di piste da seguire e scoperte inaspettate. Ci sono stati momenti entusiasmanti. Ricordo, ad esempio, quando abbiamo scoperto che, la fabbrica in cui nostro padre è stato costretto a lavorare, esiste ancora! A un certo punto, abbiamo inserito le lettere e i racconti di nostro padre  in un quadro storico più ampio: è stato come lavorare a un grande puzzle, dove alla fine avevi chiaro il tutto. Quando la traccia che avevamo preparato era chiara in tutte le sue parti, ci siamo sentiti sicuri per cominciare la stesura.

Il fucile dietro la schiena di Mario Schiani e Paolo Schiani (182 pag) è disponibile nelle librerie, sul nostro sito dominionilibri.it, su Amazon e IBS.

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